Il lutto dell’infertilità: un dolore invisibile e reale
Una riflessione sul dolore legato all’infertilità, sulla perdita di un futuro immaginato e sulla difficoltà di attraversare un lutto che spesso non viene riconosciuto dagli altri.
Anche ciò che non è accaduto può lasciare una traccia
Il lutto dell’infertilità può coinvolgere identità, relazioni, autostima e il progetto di vita immaginato.
Non sempre è facile riconoscere un lutto, perché un lutto non riguarda sempre la morte. Tra questi c’è il lutto dell’infertilità.
Un lutto non riguarda sempre la morte
Non sempre è facile riconoscere un lutto, perché un lutto non riguarda sempre la morte. Tra questi c’è il lutto dell’infertilità.
Per questo, provo a dirne qualcosa nel modo più delicato possibile, perché so che il dolore di chi ci passa è grande un mondo.
La perdita di un oggetto amato
Freud, in Lutto e melanconia del 1917, scrive che il lutto è la reazione alla perdita di un oggetto amato.
Infatti, il desiderio di avere un figlio, per molte persone, diventa proprio questo: un oggetto psichico intensamente investito.
È una scena futura già immaginata: una relazione, una continuità, una forma possibile di vita.
Quando si perde anche una storia immaginata
Quando arriva una diagnosi di infertilità, oppure quando i tentativi falliscono ripetutamente, infatti, non si perde soltanto una possibilità biologica.
Di conseguenza, si perde anche quella storia immaginata. Insieme a essa, si perde il futuro.
Una vera e propria crisi esistenziale
La letteratura psicologica descrive l’infertilità come una vera e propria crisi esistenziale che coinvolge identità, autostima, relazioni e progetto di vita.
Inoltre, non di rado compaiono sentimenti di colpa, fallimento, solitudine o depressione.
Il lutto che spesso rimane invisibile
A complicare le cose, inoltre, c’è il fatto che questo lutto rimane spesso invisibile.
Non c’è una perdita visibile per gli altri. Manca una data che segni l’inizio del dolore. Spesso, inoltre, manca un riconoscimento sociale che autorizzi il lutto.
Per questo alcuni autori parlano di lutto non riconosciuto, disenfranchised grief: una perdita reale, ma difficilmente legittimata dall’ambiente.
È un dolore senza un rituale collettivo che lo riconosca, lo renda visibile e gli conceda uno spazio.
Anche ciò che non è mai accaduto può lasciare una traccia
Eppure, anche ciò che non è mai accaduto può lasciare una traccia profonda nella vita psichica.
Freud lo aveva intuito bene: il lutto riguarda sempre un oggetto d’amore. Quando quel legame non può realizzarsi, quindi, il lavoro del lutto serve proprio a questo: a trovare, lentamente, un modo perché la vita possa tornare a investire altrove.
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