La rimozione in Freud: ciò che dimentichiamo continua ad agire?
Un approfondimento sul significato della rimozione, sui tre tempi descritti da Freud e sul modo in cui ciò che è stato escluso può tornare attraverso sogni, sintomi e ripetizioni.
Ciò che viene escluso non smette di agire
Sogni, sintomi, lapsus e ripetizioni possono diventare forme attraverso cui il rimosso cerca di tornare alla coscienza.
Questo lo sappiamo: non ricordiamo tutto. Alcune cose le dimentichiamo, altre le rimuoviamo. Ma che cos’è la rimozione?
Che cos’è la rimozione?
Questo lo sappiamo: non ricordiamo tutto. Alcune cose le dimentichiamo (cioè le smarriamo perché non superflue), altre le rimuoviamo. Ma che cos’è la rimozione?
Quando Freud parla di rimozione, Verdrängung, intende un’espulsione attiva dalla coscienza. È il meccanismo cardine che dà origine all’inconscio.
Ciò che viene respinto non scompare
Freud lo descrive per la prima volta in modo sistematico ne L’interpretazione dei sogni del 1900: ciò che è incompatibile con l’Io, affetti, rappresentazioni, desideri, viene respinto. Bandito.
Ma non scompare: continua ad agire “da sotto”, trasformandosi in sogni, sintomi, lapsus.
Ciò che viene escluso dalla coscienza non smette di esistere. Continua a cercare una forma attraverso cui esprimersi.
I tre tempi fondamentali della rimozione
Nel saggio del 1915, La rimozione, Freud distingue tre tempi fondamentali.
Rimozione originaria
È il primo atto, quello che crea l’inconscio. Una rappresentazione inaccettabile non viene mai lasciata entrare nella coscienza. È il “no” iniziale dell’apparato psichico.
Rimozione propriamente detta
Quando un contenuto già cosciente diventa “troppo”, la psiche lo espelle. Qui nasce il conflitto: ciò che abbiamo vissuto, ma non possiamo pensare.
Il ritorno del rimosso
È la parte che incontriamo più spesso in analisi. Il rimosso vuole tornare alla coscienza, ma solo mascherato.
Il rimosso ritorna come compromesso
Freud scrive che il rimosso ritorna come “compromesso”: sintomi, sogni, atti mancati, ripetizioni.
Ecco perché non si tratta di “liberarsi” di qualcosa: la rimozione è stata, al tempo, una difesa vitale. Un modo per non crollare.
Non forzare, ma creare le condizioni
Nella stanza d’analisi non forziamo il ritorno del rimosso: creiamo le condizioni perché ciò che è stato escluso possa affacciarsi in un’altra forma, simbolizzabile, pensabile, dicibile.
Il lavoro analitico è questo: trasformare ciò che un tempo era intollerabile in qualcosa che può essere pensato.
Una conquista della propria storia, un atto di libertà.
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